La stampa: Udine, uccide in casa l'ex di 22 anni - Lei aveva già presentato tre denunce.
Amici lettori, questa notizia mi fa tornare voglia di parlare di Femminicidio, quella parola che precedentemente avevo additato come semplice buzzword, o ancor meglio, fuzzword, visto che a mio avviso quella parola viene utilizzata a sproposito. E quando le parole vengono utilizzate a sproposito, poi perdono di significato.
Mi riferisco a questa notizia: una povera ragazza uccisa dall'ex convivente.
A prescindere dalla tragedia narrata in quest'articolo, quello che mi interessa studiare è la struttura dello stesso.
Intanto, l'inizio:
È l’ennesimo “femminicidio”.
Si parte subito a bomba, questo è un caso di femminicidio. Ricordo che il femminicidio è l'omicidio di una donna in quanto donna.
Se andiamo a leggere l'articolo, e ci soffermiamo là dove viene raccontata la storia di lei e di lui, si legge che:
La dinamica della vicenda, non ancora ricostruita nel dettaglio, non si differenza dal clichè del femminicidio: dopo vari episodi di stalking e molestie, questo pomeriggio, forse già con un coltello in tasca, Manduca, partito come spesso faceva da Forlì, raggiunge la ex convivente nella sua casa di Basiliano, dove la giovane viveva con la bimba, a pochi metri dall'abitazione dei genitori e del fratello.
Avete notato qualcosa? No, perché io ho notato questa frase:
[...]non si differenza dal clichè del femminicidio: dopo vari episodi di stalking e molestie[...]
Fermiamoci un attimo. Chi mette in atto comportamenti da Stalker, non sta bene. Non sta bene per nulla. Il suo cervello è, come dire, ossessionato completamente da una persona. E' come se voi aveste in continuazione sempre il solito ritornello in testa, sempre, ovunque, qualunque cosa facciate. E magari lo negate pure che ce l'avete, ma ce l'avete, e vi bombarda il cervello e boom boom boom boom boom.
Ora, io non so quali sono i cliché del femminicidio, ma se i cliché sono condotte persecutorie di stalking, quelli che vengono chiamati femminicidi sono omicidi che non sono causati per il sesso di appartenenza, ma perché l'assassino non stava bene con il cervello. L'assassino aveva un piccolo problema di ossessività 24/7 con la vittima. Ma è più facile che lo sia stato perché era donna, o perché era stata la sua compagna e non voleva rinunciare alla fine della storia?
Vedete, non siamo più nel film "Travolti da un insolito destino in un azzurro mare di agosto", dove il protagonista urla: "tu sei donna, ed in quanto donna, devi stare SOTTO", dove si evince la mentalità arcaica e misogina di alcune delle generazioni che ci hanno preceduto. Qui siamo in una società dove l'essere umano non riesce a tollerare la sofferenza/rabbia/abbandono/emozione che volete, e l'unico modo che ha è perseguitando l'oggetto amato che però lo ha mollato. E' gente che ha grossi problemi relazionali*, ma i quali problemi non sono culturali. La donna non viene uccisa in quanto donna. Viene uccisa in quanto fonte di sofferenza per sé.
Quindi parlare in questi casi di femminicidio, a mio avviso, è profondamente sbagliato. Perché ci si focalizza su di un aspetto del reato tanto appariscente quanto secondario. E' appariscente perché la notizia che balza agli occhi è la morte della donna. E' anche l'aspetto che ci fa soffrire di più, visto che nel nostro immaginario donna = sesso debole. E' l'aspetto secondario perché se l'uomo l'ha uccisa non è perché lei è donna, ma perché lui ha dei grossi problemi con i postumi da abbandono.
L'aspetto principale, quindi, è che l'assassino ha dei discreti problemi con il proprio cervello.
Io credo che questa cosa non sia tanto di lana caprina, sapete? Lo sapete perché? Perché uccidere una donna in quanto donna è un intenzione che porta gli stessi risultati dell'uccidere una donna 1) in quanto io credo che lei sia un agente della cia e mi vuole uccidere 2) in quanto stiamo litigando così tanto che ci scappa il morto 3) ho un amante 4) lei è l'amante e mia moglie non deve sapere che ho l'amante 5) sono un cazzo di sub-umano che alza le mani con chi mi capita a tiro 6) esempio a piacere.
Dite che non c'entra nulla? Vedete, i reati si distinguono l'uno dall'altro per quello che viene commesso. Un furto è tale perché è stato rubato qualcosa, Un omicidio è tale perché è stato ucciso qualcuno. Una truffa è tale perché è stata truffata una persona, giuridica o fisica che sia. Essi non si distinguono per l'intenzione alla base. Essi si distinguono per l'atto eseguito, a prescindere dall'intenzione**.
Quindi sarei proprio curioso di sapere come potrebbe fare un giudice, davanti ad un caso del genere, magari con condotte di stalking accertate, a poter parlare di sanità mentale dell'imputato, e quindi di omicidio di donna in quanto donna e non di omicidio causato da disordine mentale.
Perché, sapete, si può anche processare una persona per femminicidio. Ma quando l'avvocato difensore ti porta l'incapacità di intendere di volere come difesa, e cazzo se lo farà, l'ipotesi di femminicidio andrà al 99% nel dimenticatoio. E ci andrà perché dell'incapacità di intendere e di volere è possibile ricavare dati concreti, utili alla ricostruzione dei fatti, ma dell'intenzione di uccidere una donna in quanto donna no. Anzi. Lui vi dirà che in fondo, l'ha sempre amata.
"L'intenzione è invisibile agli occhi".
*Per problema relazionale intendo, letteralmente, problema a relazionarsi con le persone.
**Credo che l'unico reato che si voglia distinguere per l'intenzione sia quello a sfondo razzista. Ma anche lì, infatti, i problemi sono tanti: una volta un venditore ambulante mi disse: "io voglio sapere perché non vuoi ascoltarmi". Peccato che io non lo stavo ascoltando non perché fosse negro, o cinese, o senegalese, non gli stavo parlando perché sapevo che lui voleva vendermi qualcosa ed io non volevo comprare nulla. Eppure fui tacciato di razzismo.
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